TEATRO STUDIO - Stagione 2017/2018

TSstagione2017-2018AL TEATRO STUDIO MILA PIERALLI DAL 16 NOVEMBRE PARTE LA NUOVA STAGIONE TEATRALE
AL VIA LA CAMPAGNA ABBONAMENTI

La Fondazione Teatro della Toscana presenta la stagione 2017/2018 del Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci con una novità: l'abbonamento completo ai 7 spettacoli della stagione.

La pre-apertura è affidata all'Accademia dell'Uomo che il 16 novembre 2017 presenta
LA CITTÀ VISIBILE (restituzione spettacolare).
"Una città per cambiare": esito in prima nazionale dei percorsi sulla città condotti dall’Accademia dell’Uomo, vede coinvolti 5 gruppi di 20 persone ciascuno che, attraverso un percorso di 10 incontri, svilupperanno desideri e utopie, fino a descrivere (quasi a disegnare) un nuovo ideale di città (una produzione Fondazione Teatro della Toscana).

L'avvio della Stagione 2017/18 vede in scena Michele Santeramo con LEONARDO: L'invenzione della realtà dal 14 al 17 dicembre.

La stagione completa e tutte le info su www.teatrostudioscandicci.it
Per abbonarsi online www.teatrostudioscandicci.it/biglietteria/abbonamenti/

 

Anteprime:

16 novembre 2017
Accademia dell'Uomo
presenta
LA CITTÀ VISIBILE (restituzione spettacolare)

24 novembre 2017
Scuola di Musica di Fiesole
presenta
NON VOLEVO VEDERE “…e se perdi sai ricominciare! senza dire una parola di sconfitta”
lettura in musica dall’omonimo libro di Fernanda Flamigni e Tiziano Storai
con Nashira Project
Daniela Morozzi narratrice
Alda Dalle Lucche saxofono
Susanna Bertuccioli arpa
Arcobaleno Ensemble
Giada Moretti direttore

STAGIONE 2017/18

14 – 17 dicembre 2017
Fondazione Teatro della Toscana
Michele Santeramo
LEONARDO
L’invenzione della realtà
di Michele Santeramo
immagini Cristina Gardumi

12 – 13 gennaio 2018
Khora.teatro
COSTELLAZIONI
di Nick Payne
con Aurora Peres, Jacopo Venturiero
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Valerio Tiberi
regia Silvio Peroni

9 – 18 febbraio 2018 |PRIMA NAZIONALE
Fondazione Teatro della Toscana
Fulvio Cauteruccio e Roberto Visconti
PRIGIONIA DI ALEKOS
di Sergio Casesi
regia Giancarlo Cauteruccio

2 – 11 marzo 2018 | PRIMA NAZIONALE
Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz
in collaborazione con Postop Teatro
con il sostegno produttivo di Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il sostegno di Regione Toscana
APPUNTI DI UN PAZZO di N. V. Gogol’
con Daniele Caini, Alessandra Comanducci, Domenico Cucinotta, Massimiliano Cutrera, Marco Di Costanzo, Erik Haglund, Stefano Parigi
spazio scenico Irina Dolgova e Alessio Bergamo
oggetti e costumi Thomas Harris
contributi sonori Andrea Pistolesi
regia Alessio Bergamo

21 – 22 marzo 2018
Teatro La Comunità
AMLETÒ
Gravi incomprensioni all’Hotel du Nord
con Daniele Biagini, Manuel D'Amario, Elena Fazio, Teresa Federico, Yaser Mohamed, Mauro Racanati, Federica Stefanelli, Guido Targetti
scene e costumi Carlo De Marino e Matteo Zenardi
musiche a cura di Davide Mastrogiovanni
in collaborazione con Harmonia Team
luci Guido Pizzuti
regia Giancarlo Sepe

12 – 13 aprile 2018
Zaches Teatro
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Sociolab Ricerca Sociale
con il patrocinio del Comune di Scandicci
e in collaborazione con La Biblioteca di Scandicci, La Cooperativa Albatros, La Diaconia Valdese e il CAS di Calenzano
con il sostegno della Regione Toscana e MIBACT
SANDOKAN
MigrAzioni#Scandicci – Il Teatro tra le comunità per la comunità
liberamente ispirato a Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari
ideazione, coreografia e regia Luana Gramegna
ideazione, scene, luci e costumi Francesco Givone
progetto sonoro e musiche originali Stefano Ciardi
dramaturg Simone Faloppa
con Aboubacar Sadio, Alex Santos, Assane Diallo, Bacary Sonko, Ebrima Saidy, Edrissa Jammeh, Fakeba Djite, Ibrahim Camara, Malick Khan, Mouhamed Diallo, Mohammad Tofik, Moussa Kebe, Ousmane Camara, Oumar Traore, Tairon Madison Olicgoun
assistenti alla regia e coreografia Gianluca Gabriele, Simone Faloppa, Amalia Ruocco
assistente alla scenografia Alessia Castellano
realizzazioni costumi Aboubacar Sadio
realizzazione scene e oggetti di scena Bacary Sonko, Oumar Traore, Aboubacar Sadio, Fakeba Djite
tecnico del suono Dylan Lorimer
progetto fotografico Sara Barbieri
progetto grafico e campagna di comunicazione Ingrid Lamminpää con Carine Habib, Kathia Duran, Linus Biederman, Robban Larsson, Tasha Tokar
promozione e organizzazione Isabella Cordioli

14 aprile 2018
CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri
ALAN E IL MARE
testo e regia Giuliano Scarpinato
assistente alla drammaturgia Gioia Salvatori
con Michele Degirolamo, Federico Brugnone
in video Elena Aimone
scene Diana Ciufo
videoproiezioni Daniele Salaris
luci Danilo Facco
movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich
costumi Giuliano Scarpinato

PROGRAMMI:

16 novembre 2017
Accademia dell'Uomo
presenta
LA CITTÀ VISIBILE (restituzione spettacolare)

"Una città per cambiare": Il futuro di una città si traccia attraverso processi di confronto e valutazione non solo tecnici ma anche culturali. Su tali processi è importante generare un dibattito fatto di proposte, idee, valori che provengono da chi il territorio lo vive ogni giorno con le proprie esigenze ed esperienze.
Il progetto La Città visibile, realizzato in collaborazione tra il Comune di Scandicci e l’Accademia dell’Uomo del Teatro della Toscana, si inserisce nell’ambito delle iniziative che l’Amministrazione sta programmando propedeuticamente all’aggiornamento del Piano Strutturale e all’elaborazione del Piano Operativo, i nuovi strumenti che sostituiranno integralmente il Regolamento Urbanistico.

24 novembre 2017
Scuola di Musica di Fiesole
presenta
NON VOLEVO VEDERE “…e se perdi sai ricominciare! senza dire una parola di sconfitta”
lettura in musica dall’omonimo libro di Fernanda Flamigni e Tiziano Storai
con Nashira Project
Daniela Morozzi narratrice
Alda Dalle Lucche saxofono
Susanna Bertuccioli arpa
Arcobaleno Ensemble
Giada Moretti direttore

Raccontarsi significa guardare la verità, darle un nome, anche se fa paura.
Daniela Morozzi, accompagnata da Alda Dalle Lucche al sax, Susanna Bertuccioli all’arpa, e dall’Arcobaleno Ensemble, piccola orchestra di bambini di tutte le età diretta da Giada Moretti, legge 'Non volevo vedere', dall’omonimo libro autobiografica di Fernanda Flamigni. Una testimonianza autentica del distorsivo rapporto tra un uomo e una donna che, con agghiacciante frequenza, sfocia nel dramma del femminicidio.
Si racconta ciò che Fernanda ha vissuto ed il messaggio che ha voluto dare: un inno alla speranza per vincere la battaglia per la vita e la dignità, per credere nell’uguaglianza e nella libertà.
Una produzione Scuola di Musica di Fiesole.

I protagonisti di Non volevo vedere sono una coppia di giovani che si sono conosciuti nei corridoi dell’università occupata nel 1989. Si innamorano, si fidanzano, poi si sposano. Una storia come tante. Il sogno di lei di una famiglia serena e felice, “da Mulino Bianco”, si sgretola sotto le picconate dell’uomo che svela fin dai primi tempi un carattere ambiguo, dai tratti psicotici, scisso tra scatti d’ira e microscopici gesti, come una rosa dopo una sberla. Fernanda resiste, stringe i denti, va avanti, con amore, poi con il senso del dovere ereditato dal padre. E mente a se stessa mentre il marito perde uno dopo l’altro gli impieghi come giornalista e si barrica dietro accuse al mondo, scuse e pretesti. Il tutto mentre lei non può fare nulla per contrastare la crescente dipendenza dell’uomo dalle droghe.
Dal giorno in cui l’eroina diventa la terza incomoda, un’amante esigente, i soldi cominciano a sparire dal conto in banca e dal salvadanaio del bambino. La protagonista decide di doversi salvare insieme al figlio. Torna alla casa di famiglia, parte il ricorso per la separazione, mentre nelle settimane successive subisce minacce, percosse, appostamenti e una terrificante aggressione a mano armata sul luogo di lavoro. Nel delirio che deve affrontare per proteggersi, Fernanda è più preoccupata delle minacce di suicidio dell’uomo, ne parla alle forze dell’ordine, ai servizi sociali. Poi un giorno la telefonata, e la protagonista aprirà per l’ultima volta la porta al suo carnefice che dice di portare un tardivo regalo di Santa Lucia al bambino. Entrato in casa, dalle sue mani uscirà una fisarmonica per il figlio, e tanti coriandoli di carta lanciati sulla testa della moglie che ha ventinove anni: è il ricorso per la separazione stracciato in tanti piccoli pezzi. Poi la mano estraeva la pistola. Il resto è la cronaca raccontata d’un fiato, trascinati da un ritmo da thriller psicologico e l’atroce consapevolezza che non si tratta di finzione, ma di una storia vera di chi ha sentito la propria pelle rabbrividire e tremare per davvero di fronte alla fine.
Non volevo vedere, il titolo, una pugnalata: dopo due mesi di ricovero l’autrice è emersa dal proprio letto d’ospedale completamente e per sempre cieca. Nella stanza buia in cui è costretta, Fernanda Flamigni ha deciso di ricominciare, di ripartire e per farlo è necessario capire, vedere, aprire gli occhi. Si va a tentoni, si urtano mobili, ci si riempie le gambe di lividi. Ma dopo diciassette anni si può raccontare la propria storia, rivederla da capo, sviscerarla, osservarla tutta per poi descriverla in ogni suo anfratto, anche i più dolorosi.

14 – 17 dicembre 2017
Fondazione Teatro della Toscana
Michele Santeramo
LEONARDO
L’invenzione della realtà
di Michele Santeramo
immagini Cristina Gardumi

Le storie, raccontandole, da vere diventano inventate e da inventate, vere.
Dopo La prossima stagione e Il Nullafacente Michele Santeramo debutta con il suo nuovo testo, Leonardo.
Le immagini di Cristina Gardumi contribuiscono a descrivere un mondo inventato, una distorsione della realtà, alla ricerca di un’altra verità possibile. Come i sogni, che non esistono, ma che una volta sognati, eccoli lì palpitanti, a farci sudare e spaventare, ridere, emozionare. Seppure mai accaduti, eccoli attaccarsi al corpo come una qualunque cosa veramente successa.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

Questa storia è tutta inventata. Leonardo Da Vinci ne è il protagonista perché è uno dei pochi personaggi che, per tutta la sua sapienza e il suo ingegno e il suo genio, può risolvere, o almeno provarci, il caso che gli viene proposto. È l’unico al mondo a poterci riuscire.
Nulla di quanto si racconta è vero. Troppo spesso scambiamo le storie vere con quelle credibili; anzi, la credibilità delle storie è spesso legata al fatto che siano accadute veramente.
Ma se così fosse, se bastasse che un fatto sia accaduto per descrivere la realtà, allora la realtà sarebbe immutabile, non sarebbe mai messa in discussione, e le cose sarebbero semplicemente quello che sono. Non ci sarebbe scoperta, né invenzione, né arte, se non si potesse tradire la realtà inventandone una plausibile.
“Lo spettacolo è una narrazione delle vicende sostenuta dalla proiezione di immagini pittoriche realizzate da Cristina Gardumi – interviene Michele Santeramo – il rapporto tra racconto e immagini, come già accaduto ne La Prossima Stagione, è uno degli elementi centrali della messa in scena: il racconto orale procede per accumulazione di immagini che compongono un quadro complessivo della storia; la proiezione, invece, procederà al contrario, mostrando all’inizio la completezza del quadro e, pian piano, scarnificandosi, cercando di lasciare che campeggino sullo schermo solo le immagini di senso della storia”.
Le storie non possono essere soltanto notizie veramente accadute, non possiamo cadere nel tranello che quel che ci dicono essere accaduto veramente sia l’unica verità possibile. Leonardo qui si confronta con un tema che ha bisogno di invenzione per poter essere approcciato e risolto, solo di invenzione.

12 – 13 gennaio 2018
Khora.teatro
COSTELLAZIONI
di Nick Payne
con Aurora Peres, Jacopo Venturiero
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Valerio Tiberi
regia Silvio Peroni

Un uomo, una donna e l’universo a fare da cornice.
Sono questi i tre elementi di Costellazioni, pièce del giovane e talentuoso drammaturgo inglese Nick Payne, messa in scena da Silvio Peroni, con in scena Aurora Peres e Jacopo Venturiero.
C’è una teoria della fisica quantistica che sostiene che esista un numero infinito di universi: tutto quello che può accadere, accade da qualche altra parte e per ogni scelta che si prende, ci sono mille altri mondi in cui si è scelto in un modo differente. Nick Payne prende questa teoria e la applica a un rapporto di coppia.
Una produzione Khora.teatro.

Orlando è un tipo alla mano, che si guadagna da vivere facendo l’apicoltore. Marianna è una donna intelligente e spiritosa che lavora all’Università nel campo della cosmologia quantistica. Costellazioni parla della relazione uomo-donna, ispirandosi al principio di fisica quantistica secondo il quale esisterebbe un numero infinito di universi e dunque infinite possibilità. Tutto può succedere e tutto può cambiare.
Il testo di Nick Payne esplora le infinite possibilità degli universi paralleli: si tratta di una danza giocata in frammenti di tempo. In questa danza la più sottile delle sfumature può drasticamente cambiare una scena, una vita, il futuro.
Il testo si estende in un’indagine sul libero arbitrio e sul ruolo che il caso gioca nelle nostre vite. Se tutto questo potrebbe far sembrare Costellazioni uno spettacolo di approfondimento scientifico, non è niente del genere. I momenti cruciali della relazione di Orlando e Marianna: dalla conoscenza, alla seduzione, al matrimonio, al tradimento, alla malattia, alla morte. Payne mostra ripetutamente, le possibilità e i diversi modi in cui i loro incontri sarebbero potuti andare a causa di fattori che vanno dalle relazioni precedenti alle parole e al tono di voce impiegati. Marianna e Orlando si incontrano, sono fidanzati, non sono fidanzati, fanno sesso, non fanno sesso, si perdono, si ritrovano, si separano e si incontrano di nuovo.
Assolutamente divertente, ma disperatamente triste: è proprio il suo dinamismo intellettuale ed emotivo a rendere lo spettacolo unico e travolgente, un vero e proprio “classico contemporaneo”. L’allestimento sfruttando appieno tutte le potenzialità della drammaturgia ideata dal premiato autore britannico Nick Payne si è riconfermato nella rigorosa messa in scena di Silvio Peroni e nella qualità attoriale del cast che segna il rimarchevole esercizio di stile recitativo di Aurora Peres e Jacopo Venturiero, uno spettacolo innovativo che indaga il contemporaneo.
Si erano conosciuti a casa di un amico, ma era davvero iniziata in quel modo la loro storia? Chi può dirlo con certezza? Ogni situazione della nostra vita, dalla più semplice alla più complessa, è strettamente intrecciata alle scelte che facciamo. E per ogni scelta ci sono altri milioni di mondi dove si è creata una vita differente. L’interessante testo del giovane autore inglese Nick Payne esplora il tema del caos, in un modo molto simile al film Sliding Doors. Le diverse possibilità della vita, i diversi modi in cui i nostri incontri potrebbero andare. Gli esseri umani si fidanzano, non si fidanzano, fanno sesso, non fanno sesso, si incontrano, si perdono, si rincontrano. Un labirinto cosmico.

9 – 18 febbraio 2018 |PRIMA NAZIONALE
Fondazione Teatro della Toscana
Fulvio Cauteruccio e Roberto Visconti
PRIGIONIA DI ALEKOS
di Sergio Casesi
regia Giancarlo Cauteruccio

La vita, il carattere libertario, creativo di Alexandros Panagulis e la sua lotta impari contro la dittatura dei colonnelli nella Grecia degli anni Settanta.
Giancarlo Cauteruccio dirige Prigionia di Alekos di Sergio Casesi, il vincitore della 1a edizione del Premio Pergola per la nuova drammaturgia. Con Fulvio Cauteruccio e Roberto Visconti.
Nel libro 'Un Uomo' Oriana Fallaci dimostra che la libertà di un solo individuo può davvero inceppare il sistema, far saltare le certezze di un regime totalitario, smascherare e forse superare, le miserie proprie degli uomini indispensabili ad ogni regime. È questa volontà dell’immaginazione che Prigionia di Alekos vuole inscenare, lo spazio della fantasia, del sogno e della speranza di Alexandros Panagulis. L’Eros della creazione è sempre eversivo, libertario, rivoluzionario. Questo è anche il desiderio profondo di questo testo. Una produzione Fondazione Teatro della Toscana.

Molte domande si incrociano oggi sul teatro, sul ruolo sperduto del drammaturgo, sullo scrivere. E molte domande sul ruolo politico del teatro, sulla sua mancata centralità. Sembra indebolirsi l'idea di teatro come luogo della coscienza, della riflessione. Come luogo della parola, del gesto, dell'incontro e della coscienza.
Prigionia di Alekos tenta di porsi nel punto di intersezione di queste domande, e lo fa attraversando il mito moderno di Alexandros Panagulis, nuovo prometeo, come descritto da Oriana Fallaci in Un Uomo. Il racconto di colui che sconfisse la dittatura dei colonnelli con la poesia e la creatività ci permette di indagare i valori profondi dell'esistenza umana, i fondamentali della vita, elevando la libertà individuale a spazio politico condiviso, a pensiero etico e spirituale. In Prigionia di Alekos l'immaginario di Panagulis viene messo in scena prendendo il sopravvento sulla realtà che pure c'è e si fa sentire attraverso la tortura, la privazione, l'incubo e l'umiliazione.
Avranno così spazio Dalì, uomo/scarafaggio e amico fidato, un indovino cieco, un moderno Tiresia stanco e deluso e poi i carcerieri fino a Caronte per la catabasi dell'eroe. Ma Prigionia di Alekos cerca anche di portare avanti il discorso della scrittura per il teatro. La lingua del teatro è cresciuta moltissimo nel secolo scorso e tocca ai drammaturghi di oggi porsi la domanda di come raccogliere tutte le esperienze, anche lontanissime fra loro, e comporre un nuovo vocabolario per la scena. È una responsabilità che non si può evitare.
In un certo senso l'esperienza di Panagulis deve essere riportata dal piano etico e politico anche all'aspetto tecnico, artigianale, della scrittura. Dobbiamo credere ad un nuovo teatro possibile. Ad un nuovo teatro classico. E dobbiamo volere un nuovo ruolo sociale per i drammaturghi come per tutti gli artisti veri e i filosofi. È necessario ridare alla nostra civiltà un teatro vivo, vero, scritto, su cui riflettere e confrontarsi, che sappia comunicare con il pubblico con una lingua nuova ma perfettamente conosciuta”.
Sergio Casesi

Il Premio Pergola per la nuova drammaturgia, promosso dalla Fondazione Teatro della Toscana, si proponeva di selezionare un lavoro originale tra tutte le forme della scrittura per il palcoscenico; l’opera doveva essere in lingua italiana o in dialetto, mai rappresentata in pubblico e mai edita, e ispirarsi al tema ‘L’eroe’, con l’obiettivo per gli aspiranti al riconoscimento di riflettere e indagare sulla storia e i percorsi di eroi letterari e supereroi di ieri e di oggi.
Sergio Casesi ha vinto con Prigionia di Alekosper la sua evidente teatralità e per come ricollega il passato (recente) della Grecia agli altrettanto, sebbene diversamente, drammatici giorni nostri”, come si legge nelle motivazioni della giuria presieduta da Franco Cordelli, critico teatrale del Corriere della Sera, e composta da Anna Giuseppina Lufrano, Silvestro Pontani, Enzo Sallustro, Maria Pia Tosti Croce, Alessio Vaccari.

2 – 11 marzo 2018 | PRIMA NAZIONALE
Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz
in collaborazione con Postop Teatro
con il sostegno produttivo di Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il sostegno di Regione Toscana
APPUNTI DI UN PAZZO di N. V. Gogol’
con Daniele Caini, Alessandra Comanducci, Domenico Cucinotta, Massimiliano Cutrera, Marco Di Costanzo, Erik Haglund, Stefano Parigi
spazio scenico Irina Dolgova e Alessio Bergamo
oggetti e costumi Thomas Harris
contributi sonori Andrea Pistolesi
regia Alessio Bergamo

Una fantasmagoria di scene dal taglio surreale, spesso umoristico, un carosello di apparizioni demoniache, un viaggio nei meandri della mente del consigliere titolare Aksentij Ivanovič Popryšin.
Alessio Bergamo con un gruppo di sette attori ha creato 'Appunti di un pazzo', allestimento scenico dal racconto di 'Gogol’ Diario di un pazzo'. Il realismo fantastico che caratterizza il testo letterario si materializza grazie a un approccio recitativo in cui l’attore mantiene un contatto di gioco scoperto e diretto con il pubblico.
Una produzione Fondazione Teatro della Toscana, Teatro dell’Elce, Cantiere Obraz, in collaborazione con Postop Teatro, con il sostegno produttivo di Armunia Festival Costa degli Etruschi, con il sostegno di Regione Toscana.

Aksentij Ivanovič Popryšin è un impiegato statale al grado più basso della gerarchia impiegatizia. Sta seduto nell’anticamera dell’appartamento di servizio del suo capo. Durante la giornata attende alle sue mansioni principali: porge gli incartamenti e tempera le penne per Sua Eccellenza e, a omaggio, per la figliola di Sua Eccellenza. Oltre la porta pulsa la vita sgargiante, misteriosa e inaccessibile delle alte sfere della società. Accadono cose incomprensibili alla mente dei semplici. È necessario penetrare, scoprire, indagare se si vuole comprendere, se si vuole ascendere. Popryšin non è persona priva di intraprendenza e indaga, penetra, scopre.
“La novella di Gogol’ – ragiona Alessio Bergamo – altro non è che una parabola sotto forma di scherzo, una riflessione sul rapporto tra l’uomo e la sua immagine sociale. Un tema inevitabile e oggi asfissiante, visto il moltiplicarsi delle immagini che quotidianamente, come in una camera di specchi, ci provocano scissioni interiori sempre più profonde, ci inducono a non farci capire più dove siamo noi e dove siano gli altri. Lo spettacolo va oltre la poetica di un teatro di rappresentazione tradizionale e lancia un ponte (o una sfida) verso la performance”.
È difficile capire quale sia la realtà vera delle cose. Comprendere è un atto intellettuale e dove c’è intelletto c’è immaginazione, e dove c’è immaginazione è facile non distinguere più la realtà. E d’altronde siamo sicuri che non sia proprio l’immaginazione a creare realtà che ci vengono a provocare, a indirizzare, a confondere o, al contrario, a portare a lucide chiarezze?
Difficile dirlo, fatto sta che Popryšin vivrà eventi straordinari che lo porteranno lontano dalla patria (o forse no), innalzato a cariche altissime (o forse no), implicato in intrighi di stato, clamorosi trionfi, gloriose imprese e terribili persecuzioni. E ad una, una sola, autentica rivelazione.

21 – 22 marzo 2018
Teatro La Comunità
AMLETÒ
Gravi incomprensioni all’Hotel du Nord
con Daniele Biagini, Manuel D'Amario, Elena Fazio, Teresa Federico, Yaser Mohamed, Mauro Racanati, Federica Stefanelli, Guido Targetti
scene e costumi Carlo De Marino e Matteo Zenardi
musiche a cura di Davide Mastrogiovanni
in collaborazione con Harmonia Team
luci Guido Pizzuti
regia Giancarlo Sepe

Un Amleto visivo, quasi senza parole, ambientato a Parigi negli anni Trenta.
Giancarlo Sepe con 'Amletò – Gravi incomprensioni all’Hotel du Nord' immagina la tragedia del principe danese, angustiato e depresso, narrata nella Francia del 1939. La famiglia di Elsinore, in viaggio, approda a Parigi e prende posto nell’hotel sul canale di Saint-Martin, l’Hotel du Nord del film omonimo di Marcel Carnè, così pieno d’umido che non fa rimpiangere i freddi della gelida Danimarca.
Dubbia reputazione hanno gli avventori di quell’albergo alla buona che ospita ebrei in fuga dalla Germania nazista, esiliati politici, prostitute e protettori, poeti e adolescenti col complesso edipico. La storia di Amleto viene narrata come da I parenti terribili di Cocteau, piena di tradimenti e gelosie, rimpianti e vendette, morti violente e valzer musette, amori inconfessabili e strane apparizioni…
Una produzione Teatro La Comunità.

Giancarlo Sepe riscrive un classico del teatro con quel suo riconoscibile stile che include, da sempre, la passione per il cinema e per la musica presenti in ogni suo spettacolo. E assomiglia ad un set cinematografico, anche nel montaggio, l’allestimento di Amletò, ricco com’è di allusioni visive e di suggestioni sceniche sapientemente ricreati nelle atmosfere suggerite dalle luci, nel gioco di movimenti e pantomime, di attrezzerie e oggetti manovrati a vista. Qui le sue invenzioni sceniche sembrano trovare il campo migliore e fertile ispirazione, come anche l’aver inventato una sorta di gramelot che parlano gli attori, una parodia del francese pienamente comprensibile per assonanze, cadenze, onomatopee. Poco recitato, lo spettacolo vive di pantomima e di coreografie accennate, dentro folate avvolgenti di musica.
La storia del principe Amleto è trasportata a Parigi (quella “ò” accentata lo fa essere, a pieno titolo, francese), alla fine degli anni Trenta, dove tutti i personaggi scespiriani, scappando dall’invasione nazista, si spostano attraversando, carponi, un piccolo ponte, e portando con sé i propri effetti personali. Si ritrovano tutti in una periferia parigina degradata, nei pressi dell’Hotel du Nord. Quello del film omonimo di Marcel Carnè, luogo dove alloggiavano ebrei in fuga dalla Germania nazista, esiliati politici, prostitute e poeti. Ed è al cinema del regista francese, e a quello di Jean-Luis Barrault di Les enfants du paradis, che il regista Giancarlo Sepe rende omaggio.
Laerte dice alla sorella Ofelia di non innamorarsi di un ipocondriaco visionario, Amleto che sogna la morte del padre a cui aveva ‘concesso’ di amare la madre Gertrude, suo unico amore: ma che Ofelia e Ofelia… egli amava la madre e basta! La spiava mentre indossava le sue calze di seta, ricordava i balli sulla terrazza di notte, appena schiariti da un filare di lampadine colorate, guardava le foto del suo bellissimo battesimo tutto di voile bianco, e la partenza del padre per la guerra, vero eroe, ripagato, ahimè, con il tradimento e la morte infertagli dal fratello appena rimesso piede sul suolo natìo.
A quella morte Amleto reagì malissimo, girava per le stanze e le strade della città con l’ingrandimento della foto del padre, come fosse un novello San Luigi. Hotel du nord: gente che va e gente che sparisce, improvvisi duelli mortali tra contendenti amorosi, sicari maldestri, morti accidentali, e sogni tanti sogni. Letti d’amore e di morte che vagolano nella sera d’estate al chiaro di luna al suono delle voci di Arletty, Josephine Baker e di Marguerite Boule’ch più nota come Fréhel. Canzoni d’amore e di disperazione, che Amleto soffre e vive sullo sfondo di una società impazzita, che corre e balla, e che sta per svanire sotto i colpi di una guerra sanguinaria. Ama la madre che ama il fratello del marito ucciso… Claudio! Piccolo despota, ignorante e donnaiolo, che canticchia: "Où sont mes amants", e che tradisce Gertrude, senza pietà.
“Essere o non essere… – commenta Sepe – l’uomo del destino, colui che vendicherà non solo il padre ucciso a tradimento, ma soprattutto il suo amore per Gertrude, incauta madre, incauta moglie e forse, inconsapevole assassina. Tutto troverà la sua risposta nella festa mascherata organizzata nell’Hotel du Nord… forse! La guerra che scoppia alla fine dello spettacolo svuoterà di colpo l’albergo, mentre Amleto, solo, si aggirerà tra valigie e maschere abbandonate in terra, alla rinfusa, come dei corpi senza più vita”.

12 – 13 aprile 2018
Zaches Teatro
in coproduzione con Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Sociolab Ricerca Sociale
con il patrocinio del Comune di Scandicci
e in collaborazione con La Biblioteca di Scandicci, La Cooperativa Albatros, La Diaconia Valdese e il CAS di Calenzano
con il sostegno della Regione Toscana e MIBACT
SANDOKAN
MigrAzioni#Scandicci – Il Teatro tra le comunità per la comunità
liberamente ispirato a Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari
ideazione, coreografia e regia Luana Gramegna
ideazione, scene, luci e costumi Francesco Givone
progetto sonoro e musiche originali Stefano Ciardi
dramaturg Simone Faloppa
con Aboubacar Sadio, Alex Santos, Assane Diallo, Bacary Sonko, Ebrima Saidy, Edrissa Jammeh, Fakeba Djite, Ibrahim Camara, Malick Khan, Mouhamed Diallo, Mohammad Tofik, Moussa Kebe, Ousmane Camara, Oumar Traore, Tairon Madison Olicgoun
assistenti alla regia e coreografia Gianluca Gabriele, Simone Faloppa, Amalia Ruocco
assistente alla scenografia Alessia Castellano
realizzazioni costumi Aboubacar Sadio
realizzazione scene e oggetti di scena Bacary Sonko, Oumar Traore, Aboubacar Sadio, Fakeba Djite
tecnico del suono Dylan Lorimer
progetto fotografico Sara Barbieri
progetto grafico e campagna di comunicazione Ingrid Lamminpää con Carine Habib, Kathia Duran, Linus Biederman, Robban Larsson, Tasha Tokar
promozione e organizzazione Isabella Cordioli

Migrazione, accoglienza e coesione sociale.
Zaches Teatro torna con 'Sandokan', uno spettacolo fra teatro di figura, danza, musica dal vivo, con la partecipazione attiva di 15 profughi e richiedenti asilo del territorio scandiccese. Non solo come attori, ma anche in qualità di costumisti e scenografi. Il progetto grafico e la campagna di comunicazione sono curati da studenti della Florence Design Academy, anch’essi internazionali, guidati da Ingrid Lamminpää.
Lo spettacolo si ispira a 'Le tigri di Mompracem' di Emilio Salgari, romanzo che vede molte aperture verso una rilettura contemporanea: ci sono un naufragio, un eroe che viene prima accolto su un’isola poi braccato dall’esercito, la ricerca di una libertà negata, un amore impossibile per questioni razziali e un popolo costretto a fuggire. Sandokan è l’esito del percorso laboratoriale che Zaches Teatro ha realizzato da fine gennaio con il gruppo MigrAzioni#Scandicci – Il Teatro tra le comunità per la comunità ed è prodotto da Zaches Teatro e Fondazione Teatro della Toscana, in collaborazione con Sociolab Ricerca Sociale e con il patrocinio del Comune di Scandicci.

Un’isola di uomini liberi, Mompracem, ripopolata da superstiti di violenze, schiavitù e dolore. Una comunità di rifugiati, in attesa di documenti, lavoro, futuro. E un simbolo di riscatto per entrambi: Sandokan. Il Borneo fantastico di Emilio Salgari e l’artigianato visivo di Zaches Teatro si incontrano in una delle massime espressioni della letteratura italiana per ragazzi, Le tigri di Mompracem: Sandokan incrocia le storie, l’orgoglio e le voci di chi attende davanti al mare.
Lo spettacolo è il risultato di un progetto sulla coesione sociale in cui, attraverso il teatro di figura e la danza, si è lavorato sul concetto di comunità partendo dall’accoglienza di profughi e richiedenti asilo. A partire dall’esperienza diretta di persone che lasciano la propria comunità e devono fare l’ingresso in una nuova, Zaches Teatro si è posto l’obiettivo di lavorare sui concetti archetipici e universali che sottendono la forma sociale, cercando risposta a interrogativi sempre più urgenti: cosa significa comunità oggi? Quali valori stanno alla base di una comunità aperta e accogliente? La performance frutto di questo percorso di ricerca, al tempo stesso socio-antropologica e artisticoteatrale, diventa una vera e propria strada, fisica e simbolica, attraverso cui portare la comunità a (ri)conoscersi all’interno del teatro. I 15 profughi e richiedenti asilo coinvolti, Aboubacar Sadio, Alex Santos, Assane Diallo, Bacary Sonko, Ebrima Saidy, Edrissa Jammeh, Fakeba Djite, Ibrahim Camara, Malick Khan, Mouhamed Diallo, Mohammad Tofik, Moussa Kebe, Ousmane Camara, Oumar Traore, Tairon Madison Olicgoun, si sono cimentati non solo come attori, ma anche come sarti e scenografi, realizzando i costumi, le scene e gli oggetti di scena. Il progetto grafico e la campagna di comunicazione sono curati da studenti anch’essi internazionali della Florence Design Academy guidati da Ingrid Lamminpää.
“I costumi sono stati realizzati da Aboubacar Sadio, le scene, gli oggetti e le marionette Bunraku, tipiche del teatro giapponese, sono stati costruiti da Bacary Sonko, Oumar Traore, Aboubacar Sadio, Fakeba Djite – spiega la regista Luana Gramegna – Sandokan rende tutti i 15 ragazzi protagonisti della nostra esplorazione, mette al centro il loro punto di vista per misurarsi con una sfida centrale per la società in cui viviamo e che ci riguarda tutti. È un momento di incontro e di confronto fra le diverse realtà ed etnie che abitano questo territorio”.
E mentre lavorano sulla scena della fuga di Sandokan attraverso la giungla, l’indicazione che più funziona arriva da Moussa Kebe che suggerisce a Mohamed Diallo di pensare di essere in Libia e di fuggire dai banditi: non puoi tornare indietro, sennò muori. In Libia, è la parola di Tairon Madison Olicgoun, neanche gli uccelli sono liberi di volare. Si parlano in italiano, in scena e fuori: Zaches Teatro ha scelto di ricondurre la Babele di lingue a una unica, comune per tutti.

14 aprile 2018
CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri
ALAN E IL MARE
testo e regia Giuliano Scarpinato
assistente alla drammaturgia Gioia Salvatori
con Michele Degirolamo, Federico Brugnone
in video Elena Aimone
scene Diana Ciufo
videoproiezioni Daniele Salaris
luci Danilo Facco
movimenti scenici Gaia Clotilde Chernetich
costumi Giuliano Scarpinato

Raccontare l’indicibile: la storia del piccolo profugo siriano Alan Kurdi. Giuliano Scarpinato, che ha scosso il teatro-ragazzi con Fa'afafine, torna a far lievitare il cuore doloroso delle cose, amplificare la vicenda di uno e farla diventare quella di molti, con Alan e il mare.
Il teatro ha delle possibilità in più rispetto alla cronaca: il sogno, la trasfigurazione. Ecco quindi che alle parole di Michele Degirolamo e Federico Brugnone, alla vita narrata, si aggiungono le immagini, e la vita “immaginata”: proiezioni realizzate in videomapping danno vita a sogni, aspettative, desideri. Non solo: portano in scena il luogo da cui arrivano la voce e la presenza di Alan, una sorta di Atlantide, piccolo Eden subacqueo tra le cui spume, sabbie, coralli la piccola esistenza del bambino è rimasta impigliata. Una produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG e Accademia Perduta Romagna Teatri.

Alan e suo padre Abdullah lasciano il loro paese, in Siria, dove la guerra sta portando via le scuole, le case, gli alberi; salgono su una barchetta sgangherata e colma d’anime, per arrivare molto lontano. Ma quella notte una grande onda prende il bimbo via con sé: Alan scivola via dalle braccia forti di suo padre, e giù nelle acque profonde diventa fratello delle alghe, dei coralli, dell’anemone colorato. Abdullah non vuole vivere senza il suo bambino-pesce: decide di andare da lui, entrare nel mare. Lì però potrà restare solo per poco tempo; lui appartiene alla terra, ed è là, gli sussurra all’orecchio il suo Alan, che dovrà continuare a vivere ed essere felice.
La storia di Alan Kurdi, il piccolo profugo siriano annegato a settembre 2015 sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia, ha costituito un momento di svolta nella nostra percezione, ormai da tempo “anestetizzata”, dell’epopea vissuta dai milioni di uomini, donne e bambini fuggiti dai propri paesi per approdare in Europa. L’immagine di Alan, potente e ineludibile, è un punto di non ritorno: lo è stata per Nilufer Demir, la fotoreporter che ha scattato la foto-simbolo (“Ero pietrificata. L’unica cosa che potevo fare era fare in modo che il suo grido fosse sentito da tutti”, ha dichiarato); lo è stata, oltre ogni misura di umana sofferenza, per il padre del bimbo, Abdullah al – Kurdi.
“Nel momento stesso in cui quell’immagine si imponeva ai miei occhi – riflette Giuliano Scarpinato – per mezzo di un telegiornale in prima serata, una domanda iniziava ad abitarmi: come raccontare tutto ciò a dei bambini, magari poco più grandi di quello annegato sulla costa di Bodrum? Come dire l’indicibile?”
Da qualche anno ha intrapreso un percorso di ricerca nel delicato ambito del teatro per le nuove generazioni, con il desiderio di portare all’attenzione dei più giovani temi difficili, complessi, che sfuggono a soluzioni semplici e necessariamente edificanti. Impossibile prescindere, per raccontare una storia così recente, dalle testimonianze reali dei suoi protagonisti: i racconti di Abdullah Kurdi e Nilufer Demir sono stati una preziosa risorsa, insieme ad un’ulteriore quantità di altri, incredibili racconti di giovanissimi profughi. La veridicità della narrazione è imprescindibile in un lavoro che vuole anche essere un tributo alla storia di persone realmente esistite.
Ma il teatro ha delle possibilità in più rispetto a quelle della cronaca: sono quelle del sogno, della trasfigurazione. Se la storia di Alan rimanesse solo sua, raccontarla sarebbe inutile. Allo spettatore, giovane o adulto, spetta il compito di raccogliere quell’esistenza; come porgendo l’orecchio a una conchiglia per sentire, in qualsiasi luogo ci si trovi, il lontano rumore del mare.

 

Info Teatro Studio

Teatro Studio Mila Pieralli:
Via G. Donizetti, 58
Scandicci, Firenze
Tel. biglietteria +39 055 0763333

Teatro Nazionale della Toscana:
biglietteria[at]teatrodellapergola.com
pubblico[at]teatrodellapergola.com
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